C’era una volta una Dea


Bibliografia

So che si dovrebbe mettere alla fine, ma non avrei imparato nulla se non fosse stato per i testi di chi ha già affrontato questi argomenti, con un ringraziamento particolare a Laura Rangoni, amica, maestra e donna straordinaria.

LA GRANDE MADRE
Il culto del femminile nella storia
Laura Rangoni – Xenia Edizioni

LA VOCE DELL’ANTICA MADRE
(e dei modi per cercare di poterla ancora udire)
Ada d’Ariès – Ed. Terra di Mezzo

DONNE SELVAGGE
Dalla Strega alla Dea: percorsi di sciamanesimo femminile
Laura Rangoni – Ed. Ananke

STREGHE
L’ossessione del diavolo. Il repertorio dei malefici. La repressione
Pinuccia di Gesaro – Praxis 3 Ed.

CACCIA ALLE STREGHE
Marina Montesano – Salerno Editrice

STREGHE
Serena Foglia – Biblioteca Universale Rizzoli

LA FEMMINILITA’ AL ROGO
e
L’OLOCAUSTO DELLE DONNE
Fabio Garuti – Anguana Edizioni

GUIDA ALLE STREGHE IN ITALIA
e
LA STREGONERIA IN ITALIA
Andrea Romanazzi – Venexia Ed.

LA STREGA
Jules Michelet – BUR Edizioni


venerevelasquez

C’era una volta una grande fiamma che ardeva nell’anima delle donne, fiamma che con il tempo è diventata fiammella, fino ad estinguersi quasi del tutto. Quella fiamma è l’Antico Femminino, lo spirito di una femminilità che faceva della donna una creature superiore, una Dea agli occhi di tutti.

Riappropriarsi del femminile è importante per imparare a vivere serenamente con se stesse e con l’universo, ma per farlo, è necessario fare un salto indietro nel tempo, un salto di 35.000 anni, e ri-percorrere le tappe di una storia ormai dimenticata.

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Ged-gedyah! And welcome to the Clan

Ho scoperto Outsiders in modo del tutto casuale, ed è stato subito amore. Ma Amore grande, del tipo “voglio venire a vivere con voi, adottatemi e portatemi sulla vostra Montagna, datemi da bere moonshine e fatemi fare un giro sui vostri quad!” Perché, lo ammetto, la donna selvatica che vive dentro di me, di fronte a certe cose, si esalta.

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La serie, trasmessa dalla WGN e che vede fra i produttori  Paul Giamatti, racconta le vicende dei Farrell, un clan dislocato sul Monte Shay, nel tratto kentuckiano della catena degli Appalachi.

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A pagan place (parte I)

In viaggio nella terra dove sacro e profano convivono senza darsi fastidio, cielo e mare a volte cambiano di posto, folletti, fate e leprecani ti salutano nei boschi. Dove santi e bevitori vanno in giro a braccetto cantando canzoni da osteria, suonare per strada è considerata una forma d’arte e non di accattonaggio, andare al pub è meglio che andare da uno psicologo. Dove si riempiono le finestre di fiori, si colorano porte e facciate per dare il benvenuto e le vecchie magioni vittoriane (e non) ospitano fantasmi molto educati e socievoli.

Back to Ireland, baby! Da Cork al Ring of Kerry, passando per Killarney e la Penisoa di Dingle. E poi Bray e, naturalmente, Dublino per “a sort fo homecoming”.

The Pan within

A pagan place

…and everything turns into colours

The art of pubbing

Victorian’s secrets

Lilith e Lamia, la vendetta delle donne-vampiro

Capitoli precedenti: Introduzione: Le Malefiche

***

Lilith e Lamia sono due figure mitologiche nate in contesti diversi e in epoche diverse, ma con molti tratti in comune al punto che, nel corso dei secoli, si sono sovrapposte fino a diventare una stessa entità conosciuta con il nome di Lamia.

John Collier, Lilith - Herbert James Draper, Lamia
John Collier, Lilith – Herbert James Draper, Lamia

Quali che siano le origini di Lilith, già dall’etimologia e dal significato del suo nome si capisce che è destinata a portare nulla di buono.

Lilith in ebraico, Lilu nella religione mesopotamica, la terribile triade di demoni babilonesi Lilu, Lilitu e Ardat Lili (padre, madre e figlia)… la radice è la stessa, Lil, e si assimila al significato di oscurità, morte, peccato sessuale che tormenta gli uomini, ma si associa anche a catastrofi come le tempeste, le malattie, gli aborti, la sterilità e la morte. Viene spesso descritta come donna bellissima, con lunghi capelli rossi e ricci

Dante Gabriele Rossetti, Lilith
Dante Gabriele Rossetti, Lilith

Lilith è lo spirito rapace che vaga di notte e seduce gli uomini rendendoli folli:

Rabbi Hanina disse: non si può dormire soli in casa, e chiunque dorma in una casa da solo è preso da Lilith (Shabbath 151b)

Nella Cabbala Lilith è la compagna del demone Samel e insieme dominano il regno delle impurità e dalla loro unione prendono vita le moltitudini impure dei non eletti, i succubi Lilim.

Nella Bibbia si legge:

Cani selvatici si incontrano con le iene, ed i satiri si lanciano mutualmente all’appello; ivi ancora abiterà Lilith, trovandovi riposo (Isaia, 34:14)

che, in alcune traduzioni diventa:

Gatti selvatici si incontreranno con iene, i satiri si chiameranno l’un l’altro; vi faranno sosta anche le civette e vi troveranno tranquilla dimora

E questo riporta alle più antiche origini iconografiche di Lilith: un demone notturno di sesso femminile con le sembianze di civetta, compagna a sua volta di un diavolo; è la “grande meretrice”, l’assassina di infanti, la divoratrice di uomini, la vampira efferata, l’antitesi della sposa devota e fedele.

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Terracotta Babilonese, c.a. 2000 AC

Ma da dove deriva l’idea di una creatura così malvagia? Forse una spiegazione la si trova nella tradizione ebraica (Zohar e Genesi), e più precisamente nella storia che vuole Lilith come prima compagna di un Abramo creato ermafrodita per assomigliare a Dio (con grande gioia degli anti gender):

Rabbi Abba disse: ‘Il primo uomo era maschio e femmina insieme poiché la scrittura dice : – E Elohim disse: facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza ( Gen. I , 26). E precisamente perché l’uomo rassomigliasse a Dio che fu creato maschio e femmina insieme…’ (Libro dello Zohar)

Sempre stando alle fonti, pare che questa Lilith fosse stata creata “usando sedimenti e sudiciume invece di polvere pura” per renderla inferiore all’uomo; ma comunque non da una costola di Adamo, e quindi con una propria individualità e autonomia. Lilith non si sente inferiore all’uomo e ad un certo punto, durante l’atto sessuale, chiede ad Adamo di invertire la posizione canonica (quella del missionario, per intenderci); Adamo rifiuta e tenta di obbligarla a sottostare ma Lilith si ribella e se ne va, lasciandolo nuovamente solo.

Si nasconde quindi sul Mar Rosso, disobbedendo all’ordine divino di tornare dal suo compagno. Lì si accoppia con i diavoli, generando cento figli demoniaci (Lilim) al giorno, ma questi figli vengono sterminati da Javhè Dio per punizione e Lilith, per vendetta, di notte penetra nella case, seduce gli uomini in amplessi violenti, succhia il loro sangue e uccide i bambini.

Adamo, Lilith ed Eva - Particolare del portale sinistro della facciata ovest di Notre Dame. Parigi
Adamo, Lilith ed Eva – Particolare del portale sinistro della facciata ovest di Notre Dame. Parigi

Nasce così un mito, anzi due: quello della strix, la strega che, come un uccello notturno, vola nella notte a caccia di prede, e quello del vampiro, che si nutre del sangue delle sue vittime. Caratteristiche che accomunano Lilith ad un’altra figura mitologica, con cui finirà per sovrapporsi: Lamia.

Ma chi era Lamia?

Particolare di Lamia, John W. Waterhouse
Particolare di Lamia, John W. Waterhouse

Secondo la mitologia greca, Lamia era una splendida regina libica di cui Zeus si innamorò follemente e con la quale generò molti figli. Era, moglie ufficiale di Zeus, folle di gelosia uccise i figli della coppia e Lamia, per dolore e per vendetta, prese ad uccidere i neonati di donne umane e a succhiare il sangue degli infanti così come quello degli uomini. Tutta questa follia fece sì che Lamia perdesse la sua bellezza mitica per trasformarsi in un mostro antropomorfo, che però aveva la facoltà di tornare bellissima quando voleva sedurre gli uomini e abbeverarsi del loro sangue.

Il poeta Orazio, nel Ars Poetica parla di Lamia come di una strega che mangia i fanciulli per poi partorirli morti.

“Siano verosimili le cose che s’inventano per dilettare;
nessun raccont
o può pretendere d’essere creduto in tutto ciò che vorrà:
è assurdo che la strega Lamia partorisca vivo il fanciullo che ha mangiato.”

(Orazio, Ars Poetica, vv 338-340)

Un destino molto simile, quello di Lilith e Lamia: due donne in grado di mutare il proprio aspetto all’occorrenza per uccidere infanti, sedurre uomini e succhiarne sangue.

Il fatto che entrambe siano prima state vittime prima che carnefici, sembra non contare molto: della loro storia si esaltano e si mitizzano le malefatte e Lilith e Lamia finiscono per diventare una stessa figura, quella della “strega” nel Medio Evo e della “femmina fatale” in epoca romantica.

In particolare Lilith, ribelle, protofemminista, dotata di volontà e personalità, non poteva piacere ai vari profeti, santi, dotti, scrittori, poeti e saggisti – tutti maschi ovviamente – che, nel corso dei secoli, l’hanno dipinta come una dannazione per l’umanità. E molte delle accuse che le vengono mosse – dal volo notturno all’infanticidi, dalla trasmutazione in bestia alla collusione con il demonio – sono le stesse che ritroveremo nei processi per stregoneria molti secoli più avanti.

Perché, come spiega bene Serena Foglia nel suo Streghe, Lilith, rappresenta in primo luogo l’archetipo di una grande paura ancestrale dell’uomo, che deriva dall’istinto primario sessuale e sfugge al dominio della ragione. E non riuscendo a dominare il desiderio nonostante la propria superiorità, l’uomo punisce colei che ritiene colpevole di provocarlo, la donna.

Bisogna arrivare al periodo romantico, con John Keats, affinché la figura di Lamia perda quasi del tutto i suoi connotati di essere maligno e immorale diventando una creatura tragica, intrappolata in un corpo mostruoso ma lacerata da un dolore profondo e disperata per un amore perduto.

John W. Waterhouse, Lamia
John W. Waterhouse, Lamia

Era una forma gordiana di abbagliante tinta,
a macchie vermiglie, d’oro, verdi ed azzurre;
rigata come una zebra, maculata a mo’ di leopardo,
occhiuta come un pavone, e tutta di cremisi listata;
era cosparsa d’argentee lune, sì che, quand’essa respirava, si dissolveano, o splendeano più lucenti, o intrecciavano le loro luci con altri più cupi ricami. –
Così coi lati iridescenti, afflitta da tante miserie,
pareva, insieme, una donna degli elfi in espiazione,
la bella di un demone, o un demone stesso.
Su la sua cresta essa avea un languido fuoco
di stelle cosparso, come la tiara d’Arianna;
la sua testa era di serpente, ma oh amara dolcezza!
ess’avea bocca di donna, completa, con tutte le sue perle, e quanto a agli occhi: che altro poteano là simili occhi fare, se non piangere e piangere, ché sì belli erano nati?
Come Proserpina ancor piange per l’aura de la sua Sicania.
La sua gola era di serpente, ma le parole ch’essa dicea venian, come traverso gorgogliante miele, spinte da Amore.e tali: – mentre Hermes su l’ali sue posava,
come falco che giù s’inchina pria di ghermire la sua preda. (John Keats, Lamia)

Mentre per Lilith la strada è più tortuosa dal momento che, ancora oggi, viene rappresentata come un demone o una strega malvagia.

lamia2Primo Levi scriveva in un suo racconto ambientato in un campo di sterminio:

Dio è rimasto solo; come succede a tanti, non ha saputo resistere alla tentazione e si è preso un’amante: sai chi? Lei Lilìt, la diavolessa, e questo è stato uno scandalo inaudito (Primo Levi, Lilìt e altri racconti)

Ci vuole una poetessa libanese contemporanea, Joumana Haddad, per vedere finalmente Lilith come una donna che ha il coraggio di ribellarsi e di abbandonare il Paradiso Terrestre in nome della propria indipendenza.

Io sono Lilith, la dea delle due notti che ritorna dall’esilio.
Io sono Lilith, la donna-destino. Nessun maschio le e’ mai sfuggito e nessun maschio desidera sfuggirle.
Io sono le due lune Lilith. Quella nera e’ completata dalla bianca, perche’ la mia purezza e’ la scintilla della sua depravazione, e la mia astinenza l’inizio del possibile. Io sono la donna-paradiso che cadde dal paradiso, e sono la caduta-paradiso.
Io sono la vergine, viso invisibile della scostumatezza, la madre-amante e la donna-uomo. La notte perche’ sono il giorno, il lato destro perche’ sono il lato sinistro, e il sud perche’ sono il nord.
Io sono Lilith dai candidi seni. Irresistibile e’ il mio fascino perche’ i miei capelli sono corvini e lunghi, e di miele sono i miei occhi. La leggenda narra fui creata dalla terra per essere la prima donna di Adamo, ma io non mi sono sottomessa.

Io faccio l’amore e mi riproduco per creare un popolo del mio lignaggio, poi uccido i miei amanti per lasciare spazio a coloro che non mi hanno ancora conosciuta.
Io sono la guardiana del pozzo e il punto di incontro degli opposti. I baci sul mio corpo sono le piaghe di quanti lo tentarono. Dal flauto delle due cosce sale il mio canto, e dal mio canto la maledizione si diffonde come acqua sulla terra.
Dal flauto delle due cosce si eleva il mio canto
e dalla mia lussuria sgorgano i fiumi.
Come non potrebbero esserci maree
ogni volta che tra le mie labbra verticali brilla un sorriso? …
I libri mi hanno scritta anche se non mi avete mai letta. Il piacere sfrenato, la sposa ribelle il compimento della lussuria che conduce alla rovina totale: sulla follia si schiude la mia camicia.
Quanti mi ascoltano meritano la morte, e quanti non mi ascoltano moriranno di rabbia.
Non sono ne’ la ritrosia ne’ la giumenta facile, piuttosto il fremito della prima tentazione.
Non sono ne’ la ritrosia ne’ la giumenta facile, piuttosto lo svanire dell’ultimo rimpianto.
Io sono la leonessa seduttrice e ritorno per coprire i sottomessi di vergogna e per regnare sulla terra. Ritorno per guarire la costola di Adamo e liberare ogni uomo dalla sua Eva.
Io sono Lilith
e ritorno dal mio esilio
per ereditare la morte della madre che ho generato.

(Joumana Haddad, Il ritorno di Lilith)

Fonti

Serena Foglia, Streghe (Ed. Saggistica BUR, 1989)

Roberto Sicuteri, Lilith – La luna nera (Ed. Astrolabio Ubaldini, 1980)

Laura Rangoni, Donne selvagge. Dalla Dea alla strega: percorsi di sciamanismo femiinile (Ed. Ananke, 2002)

Costantino Di Marnia, Enciclopedia della magia e della stregoneria (Ed. De Vecchi, 1984)

Articoli on-line

Le due mogli di Adamo. Eva e Lilith: modelli di donne a confronto

Lamia e Lilith

Lilith

Le Malefiche

Usciamo per un momento dalla storia ed entriamo nel mito per parlare di un argomento che, sotto sotto, ci affascina tutti: le streghe cattive.

Sì perché, ammettiamolo, per quanto malefiche e crudeli possano essere queste creature, le loro storie ci affascinano, le loro malefatte ci intrigano e i loro poteri… chi almeno una volta non li ha desiderati?

Le MaleficheIl problema principale nel creare questa galleria di cattivissime è stato quello del metodo, che mi ha condotto verso una serie di marzulliane domande. Cos’è la malvagità? Cosa distingue una strega cattiva da una buona? Ma poi, si può parlare veramente di streghe buone e streghe cattive? Perché non è affatto facile trovare una linea di confine fra azioni benefiche e malefiche; ciò che porta il bene a qualcuno può portare il male a qualcun altro, oppure il male è fatto involontariamente, o per ingenuità, o per ignoranza. O ancora per mancanza di alternativa.

Alla fine mi sono affidata alla frase di un celeberrimo film, quella che un certo Professor Milius usa per spiegare ad una giovane donna cosa sono le streghe e cos’è la magia:

Le streghe fanno il male. Nient’altro al di fuori di quello. Conoscono e praticano segreti occulti che danno il potere di agire sulla realtà e sulle persone. Ma solo in senso maligno. Il loro scopo è ottenere vantaggi materiali e personali ma possono raggiungerli esclusivamente con il male degli altri. Con la malattia, con la sofferenza, il dolore e non di rado con la morte di coloro che prendono di mira per una qualsiasi ragione… Si può benissimo ridere di tutte queste cose, anche della magia. Comunque sappia che la magia è «quoddam ubique, quoddam semper, quoddam ab omnibus creditum est». Che significa: «la magia è quella cosa che ovunque, sempre e da tutti è creduta».

Il film, ovviamente, è Suspiria di Dario Argento e se non l’avete riconosciuto… molto male!

La definizione di strega cattiva qui è molto chiara: è colei che non ha scrupoli nel provocare il male altrui per ottenere vantaggi e beni materiali per se stessa. Ma anche con questo riferimento ammetto che è stato difficile costringere alcuni dei personaggio entro tali connotati, per varie ragioni. In primo luogo, la maggioranza di streghe cattive presenti in questa galleria sono figure del mito, cioè, sono nate dalla fantasia e dalla penna di qualcuno e questo qualcuno, ça va sans dire, è quasi sempre un uomo. Poi c’è il problema delle motivazioni: perché sono diventate quello che sono, e perché fanno quello che fanno?

Dal momento che mi rifiuto di credere che la cattiveria sia congenita dalla nascita, penso sempre ci sia una causa scatenante dietro la malvagità e, in alcuni casi, la causa può essere un’attenuante; mi scuserete quindi se capiterà che, una volta presentati “i fatti”, mi trasformerò nell’avvocato del diavolo, o meglio, della strega.

Dopo ricerche, riflessioni e ancora ricerche, sono arrivata a costruire una sorta di “pantheon” di malefiche, alcune nate dalla fantasia e dalla tradizione e altre realmente vissute, che non è sicuramente esaustivo né completo ma dà un’idea generale e, spero, interessante.

Ed eccole quindi:

Lilith e Lamia Ericto Canidia e Sàgana Circe Le Sorelle Fatali
Lilith e Lamia Ericto Canidia e Sàgana Circe Le Sorelle Fatali
La Strega di Hansel e Grethel La Celestina La Voisin LErzsébet Báthory Madame LaLaurie
La Strega di Hansel e Grethel La Celestina La Voisin Erzsébet Báthory Madame LaLaurie

Forse se ne aggiungerà qualche altra strada facendo.

Detto questo, cominciamo!

>>> Parte I – Lilith e Lamia

Gotico provinciale

[Il mostro dell’hinterland, di Matteo Ferrario – Ed. Fernandel]

Göbbels diceva nei suoi diari che le masse sono molto più primitive di quanto possiamo immaginare. La propaganda quindi dev’essere essenzialmente semplice, basata sulla tecnica della ripetizione, tecnica peraltro modernissima, mandata avanti dalle grandi agenzie pubblicitarie americane. Unique selling proposition – unica proposta di vendita. (Gian Maria Volontè – Sbatti il mostro in prima pagina, di Marco Bellocchio.

Gotico provincialeIeri ho terminato “Il mostro dell’hinterland”, di Matteo Ferrario, nel tempo record, per me che di tempo ne ho poco, di qualche sera e un’intera giornata in cui mi sono isolata dal mondo per poterlo continuare senza interruzioni. Lo ammetto, era parecchio che non mi trovavo così convolta in una lettura; e non è solo per la storia, sicuramente coinvolgente, quanto per un insieme di elementi ben calibrati e perfettamente incastrati fra di loro.

In primo luogo, è scritto egregiamente – che non è una cosa così scontata – sia nella forma che nel contenuto: non c’è una sbavatura, una caduta di ritmo, un luogo comune, e nemmeno un refuso.

Io sono una di quelle che, non dico giudica una libro dalla copertina, che pure ha la sua importanza, ma già dalla prima, tò, seconda pagina, capisce se il libro le piacerà o no. Quando mi dicono “sì ma tieni duro, dalla cinquantesima pagina in poi vedrai che migliora” non perdo nemmeno tempo perché se un autore ha bisogno di cinquanta pagine per conquistare il lettore, o almeno la lettrice difficile che sono io, vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Naturalmente con Il mostro dell’hinterland questo limite non c’è stato, anzi, già dopo poche righe avevo capito che sarebbe stata una di quelle letture che mi facevano perdere il sonno. Ma ben venga.

La scrittura, dicevo. Matteo Ferrario usa un espediente narrativo che è poco comune quanto rischioso: quello del protagonista/narratore che, oltre a parlare in prima persona, si rivolge direttamente a noi, ai lettori. Ora, se questo “dialogo” fra un personaggio del libro che può parlare e noi lettori che non possiamo rispondere non è fatto più che bene, il rischio è che ci mal disponga all’ascolto. Qui non succede. Anzi, il fatto che una persona, che ha passato la sua vita a ridurre la comunicazione con il prossimo al minimo indispensabile e ora, rinchiusa in carcere a scontare la pena per un delitto su cui ci sono dubbi grandi come troll, finalmente decida di rivolgersi ad un pubblico per raccontare la propria versione dei fatti, non solo sa di profondamente liberatorio ma ci fa anche sentire un’audience privilegiata.

Il protagonista, Riccardo Berio, sta scontando l’ergastolo per l’omicidio brutale degli zii che abitavano sotto il suo appartamento. Il movente, secondo l’accusa, è che il Berio, socio(a)patico, solitario fino al limite della misantropia, senza una vita – né sociale, né lavorativa, né sessuale- fosse così roso dall’invidia per la vita attiva, soprattutto dal punto di vista del sesso, dei due arzilli vecchietti che non sdegnavano orge e locali per scambisti, da decidere di farli fuori.

Con la sua voce pacata, rassegnata, ma ricca di arguzia, una buona dose di autoironia, cinismo e humor nero, Riccardo Berio racconta la sua verità attraverso la ricostruzione del processo, visto da dentro e non dietro il filtro patinato di un serial tv, e attraverso il racconto della partecipazione volontaria ad un’intervista con una “iena del torbido” (che vi ricorderà più d’una e d’un giornalista di programmi di cronaca nera) che farà di tutto per distruggerlo

La storia, pur basandosi su fatti veri, ha una sua anima e segue una sua strada chi tiene incollati alle pagine mentre ripercorre la vicenda, personale e giuridica, che ha portato al verdetto finale. Un verdetto che già si conosce dalle prime righe e che se all’inizio può sembrare ovvio e motivato, man mano che le pagine scorrono, ci fa capire che ci troviamo di fronte ad un processo viziato fin dall’inizio, basato su pregiudizi, incompetenze e zero rispetto per la vita umana. Come viene costruita una causa, quando si è già deciso a priori il colpevole? Quanta approssimazione sta dietro a certe decisioni, anche quando c’è in ballo la vita di una persona? Quanto è facilmente manipolabile l’opinione pubblica? E che ruolo pazzesco giocano i media in tutto questo? Ma, alla fine, la vera domanda che ci rimane dentro è “chi sono i veri mostri”?

Impossibile ingabbiare questo libro dentro gli schemi di un genere, perché, pur attingendo da essi – legal thriller, romanzo di denuncia, thriller psicologico, romanzo autobiografico – li supera e si ricava una propria identità, con il pregevole obbiettivo di dare finalmente una voce a chi in genere non ne ha.

Una delle letture più appaganti e intense degli ultimi tempi, che mi sento di consigliare con il cuore a tutti. Insomma, un piccolo gioiello pieno di luce cupa e di talento.

 Oggi andrà all’asta la villetta bifamiliare dell’hinterland milanese in cui più di sette anni fa, il 26 agosto del 2005, venni arrestato con l’accusa di duplice omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere.
Questo significa che quando uscirò dal carcere – fra sconti di pena e buona condotta passeranno poco più di dieci anni – non avrò un posto dove tornare, nemmeno la casa in cui ho trascorso i primi quarant’anni della mia vita.
Non che me ne importi, a questo punto. Anzi, se fosse per me la soluzione migliore sarebbe quella di restarmene qui dentro, dove al termine dei tre anni di isolamento stabiliti dal giudice sono riuscito persino a imparare un mestiere e a dare qualcosa di simile a un ritmo alla mia esistenza quotidiana.
Ma un giorno mi toccherà tornare là fuori. Vedo quel momento avvicinarsi con il terrore che ho sempre avuto per il mondo esterno.
La vita mi fa paura, le persone mi fanno paura, da sempre.
Non è una cosa buffa, detta da uno come me?
Il mio nome è Riccardo Berio. A molti di voi non dirà nulla, perché è passato un po’ di tempo da quando mi dedicavano paginate intere, interrogandosi sulla fine che possono fare i giovani rimasti in provincia – come se un quarantenne fosse un giovane, Cristo santo. [Il Mostro dell’hinterland, Matteo Ferrario – Ed. Fernandel]

Il mostro dell'hinterland

La santa e la strega

Ildegarda di Bingen (Germania, 1098 – 1179) e Gostanza da Libbiano (Italia, 1535 – 1595 circa) furono due donne che, pur avendo esercitato entrambe la professione di erbarie e curatrici – diciamo pure di medichesse tali erano le loro competenze – ebbero un destino molto diverso. Una divenne santa e dottore della Chiesa, l’altra fu processata per stregoneria.

Se una persona dagli occhi azzurri vede male o ha dolori agli occhi, deve subito mangiare dei finocchi o semi di finocchio, li deve tritare ed impastarne il succo e la rugiada dell’erba (che si trova su queste erbe) con un po’ di farina fina di frumento, e ne faccia una piccola focaccia. [Ildegarda di Bingen]

Vado cogliendo della brettonica, la lavo, la pesto, nel mortaio, come l’insalata e ne cavo un succo. Lo do da bere tre, quattro, cinque mattine dicendo loro quanto più ne bevono quanto meglio è. [Gostanza da Libbiano, guarigione degli infermi]

Chi non conosce almeno una delle due figure, penserà che, con ogni buona probabilità, la sorte peggiore sia toccata a Ildegarda, vissuta negli anni bui del Medioevo, in una terra, quella tedesca, a cui va l’orribile primato della persecuzione alle streghe e dei roghi.

stregheNulla di più sbagliato. Ildegarda di Bingen, decima figlia di un nobile, ebbe una carriera di tutto rispetto sia in campo materiale che spirituale: fu infatti, appunto, erborista, medico, scienziata, scrittrice, compositrice di melodie, teologa, trattatista , naturalista e poi ancora monaca, visionaria, profeta e voce in terra in diretta dall’Altissimo. Nel 2012 è stata proclamata addirittura Dottore della Chiesa, titolo di prerogativa quasi esclusivamente maschile.

Ildegarda_Von_BingenGostanza da Libbiano era invece una popolana toscana, vissuta dalle parti di Bagni, dove praticava con successo e competenza il lavoro di levatrice e curatrice, spostandosi di paese in paese per esercitare la sua arte ma anche per sfuggire alle dicerie. É già molto anziana quando è accusata di aver provocato la morte di alcuni bambini, e, nonostante l’età, viene portata al castello di Lari, davanti all’inquisitore Mario Porcacchi, francescano pervaso (e invasato) dal sacro fuoco della fede.

casello dei lariDi fronte ad un estenuante interrogatorio, che vede sul banco dei testimoni anche la nipotina, Gostanza dapprima nega tutto, spiegando l’utilizzo benefico di alcuni unguenti sulle partorienti, descrivendo minuziosamente le pratiche di guarigione e le informazioni sulle piante medicinali, tramandate da generazione in generazione, poi, sottoposta alla tremenda tortura della corda, ammette tutto, anche di più. Ammette di aver fatto uso di erbe a scopo malefico, di aver fritto ostie per offrire al diavolo, di trasformarsi in gatto nero e, perfino di, intrattenere rapporti carnali con il diavolo stesso. Insomma, la vecchia Gostanza è così stremata dalla paura e dal dolore che quasi vede come un sollievo il rogo a cui la sta per condannare il zelante francescano.

Inquisitore: chi li insegnò andare in su asino, chi la consigliò andare dove andavano l’altre donne et chi li condusse tal asino? Gostanza: quelle donne,et quel che la mi dixano non lo feci, perchè mi dixano che non ricordassi mai Jesù, et io lo ricordai et così rimasi quivi.

Inquisitore: che donne erano queste che la menorno o volevano menarla in quel luogho? Gostanza: io non le cognosco perchè era fra dì et nocte et non erano delle nostre, et ero in un campo sotto un noce.

Inquisitore: quante volte è ita in detto luogho? Gostanza: io non vi sono stata sei volte quando io ero giovane.

Inquisitore: in che modo faceva andarvi? Gostanza: io chiamavo ” Polletto” et veniva subito in forma di un animale, cioè di un capretto, et vi montavo sù et mi portava in un luogho dova si ballava e cantava et mille feste.

Quando la sorte della donna sembra segnata, ecco l’intervento di un altro personaggio, Dionigi Costacciaro, anche lui inquisitore, ma più anziano, più colto e, soprattutto, illuminato. Capisce subito che l’accusa è figlia della delazione, che la confessione, estorta con la tortura, non ha alcun valore e che Gostanza non è affatto una strega ma una abile curatrice, una domina herbarum. Dopo un intenso dialogo con la donna, in cui le mostra le contraddizioni della sua stessa storia di rapporti con il diavolo, annulla la sentenza di morte e la trasforma in qualche anno di esilio fuori dalle mura della città. Gostanza si trasferisce a Rivalto, un paese a poca distanza da Bagni, dove continuerà la sua attività di levatrice e curatrice fino alla fine dei suoi giorni. E, almeno per una volta possiamo dire che giustizia, anche se parziale, è fatta.

I diavoli – dice padre Costacciaro – sono deputati al fuoco eterno in continuo tormento. Non, come l’imputata ha dichiarato, in tanti tripudi, feste e baccanali… Nell’Inferno, non vi è altro che croci,tormento e fuoco eterno. Dove sono continue ed eterne pene. Dove non si gode, non si sollazza, non si lussuria, non si fanno baccanali d’allegrezza… Il Demonio altri non è se non un angelo caduto. E tutti gli angeli Dio benedetto li ha creati incorporei, senza membro atto alla generazione come gli uomini. Se ne consegue quindi definitivamente che ella ha deposto il falso.

Dunque, perché una tale disparità di trattamento verso due donne che condividevano la stessa visione naturalista, prammatica ed empirica della medicina primaria? Anzi, a ben guardare, delle due quella più sovversiva sembrerebbe proprio Ildegarda: colta, intelligente, visionaria, ribelle… Una donna con un QI da far paura e che anche ai giorni nostri sarebbe guardata con sospetto per le sue dichiarazioni e per la sua avanguardistica genialità.

Sono l’energia suprema e fiammeggiante che trasmette fuoco a ogni vivente scintilla…sono la lucente vita dell’essenza divina; scorro splendente sui campi, brillo sulle acque, brucio nel sole, nella luna e nelle stelle…Insieme al vento ravvivo tutte le cose con energia invisibile e onnipresente…Forza che penetra fino alle più alte altezze e in tutte le profondità, che lega insieme e fa maturare tutte le cose…da lei le nubi ricevono il loro movimento, l’aria il suo volo, le pietre la loro consistenza, per lei l’acqua zampilla in ruscelli e per causa sua la terra fa nascere le piante…

Eppure, a lei, vissuta in pieno Medioevo tedesco sono toccati onori e glorie mentre la povera Gostanza, che stava nella Toscana a cavallo fra Rinascimento e Umanesimo, ha visto il rogo molto da vicino. Perché?

La risposta è molto più semplice di quanto si pensi e sta in uno dei maggiori luoghi comuni storici che riguardano la caccia alle streghe, e cioè che essa sia prerogativa del Medioevo. Il che non è vero.

Se da un lato il Medioevo è effettivamente un periodo oscuro, fatto di guerre e violenze, su altri versanti c’è molta più tolleranza sia morale che religiosa. E la grande fortuna di Ildegarda è proprio quella di essere vissuta in un’epoca in cui sacro e profano ancora convivevano, in cui la ragione non aveva la pretesa di spiegare ogni cosa e l’ignoto e l’inspiegabile venivano accettati come emanazione del divino (di qualsiasi provenienza fosse), così come la sapienza popolare godeva ancora di grande rispetto e il panteismo magico era relegato dalla chiesa a poco più che chiacchiere passeggere e innocue, o farneticazioni di donne esaltate. Le streghe e i loro presunti sabba e voli a cavallo di animali notturni erano dicerie a cui non dare seguito per non alimentarne la superstizione, e perfino Carlo Magno aveva decretato la pena di morte a chi mandasse al rogo presunte streghe.

Il Canon Episcopi, primo documento ufficiale che regolamenta il comportamento della Chiesa verso presunte streghe, dice:

…certe donne depravate, le quali si sono volte a Satana e si sono lasciate sviare da illusioni e seduzioni diaboliche, che credono e affermano di cavalcare la notte certune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani, e di una innumerevole moltitudine di donne; di attraversare larghi spazi di terre grazie al silenzio della notte profonda e di obbedire ai suoi ordini.

Insomma, la delegittimazione diventa l’arma migliore per combattere le credenze magiche e superstiziose legate al mondo delle streghe.

Tutt’altra storia per la povera Gostanza, che si trova ad esercitare la sua umile professione di erborista e levatrice a cavallo fra Rinascimento e Umanesimo. Cioè, quando ragione e rinascita culturale dovrebbero portare stabilità e conoscenza, e il laicismo dovrebbe ancora di più relegare le streghe e il loro mondo alle credenze del popolino. Però così non è e i secoli subito dopo il Medioevo sono più che mai oscuri: la dissoluzione del legame fra potere spirituale e temporale, le guerre, pesti e carestie, la minaccia dei Turchi, il grande scisma… tutti questi fenomeni tolgono sicurezza e trovano terreno fertile per un seme molto poderoso, quello della paura: paura delle guerre, della fame, delle malattie, dell’ignoto, della fine del mondo. Del diavolo, che è la causa di tutto e si nasconde dappertutto. E chi se non la donna, debole e licenziosa per natura, può essere veicolo migliore per le malefatte demoniache? Beh, la strega, no? Così, a partire dal 1400 e fino a metà del 1700 le streghe non sono più una diceria ma diventato un vero e proprio nemico, IL nemico, da combattere a suon di Bolle Papali (Ad Extirpanda, pormulgata nel 1252 da Innocenzo IV, che sancisce la prima approvazione pontificia della tortura come strumento di ottenimento della confessione, e nel 1326 la Super Illius Specula autorizza anche per le streghe la procedura prevista per gli eretici dando il via ufficalmente ufficialmente alla caccia alle streghe da parte della Chiesa, tramite l’Inquisizione) e trattati, dei quali, il più tristemente noto è opera di due domenicani tanto zelanti quanto fanatici, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer: il Malleus Maleficarum, ovvero, il manuale del perfetto Inquisitore.

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Preferirei avere un leone o un drago in casa mia piuttosto che una donna … Non sorprende che le donne, deboli di mente e di corpo come sono, si facciano tanto spesso streghe … La donna è la lussuria carnale personificata … Se una donna non riesce ad avere un uomo, si unisce al diavolo in persona.

Di Sprenger e del suo fanatismo parla a lungo Jules Michelet nel suo trattato “La Strega”, ma basta una frase per capire che personaggio era:

Ci voleva un degno figlio delle scuole, buon scolastico, uomo ferrato nella “Summa”, saldo su San Tommaso, sempre pronto alla citazione. Sprenger era tutto. Anche scemo.

Nel pieno di questa frenesia antistregonesca ha la sfortuna di nascere e vivere Gostanza da Libbiano, che per giunta è anche povera, vedova con una nipote a carico, si spossa spesso per evitare sospetti e dicerie e si trova a condividere abitazioni con altre donne povere ed emarginate.

Come se non bastasse, ha conoscenze e capacità di un cerusico, se non addirittura superiori, che intreccia abilmente con espedienti della tradizione (come il misurare i panni delle persone per capirne i malanni): alle sue mani e alle sue cure la gente si affida nella speranza di alleviare le sofferenze e, come lei stessa dice con orgoglio all’Inquisitore, nessuno dei bambini da lei fatti venire al mondo è mai morto durante il parto. E questo è inconcepibile in un periodo dove la professione medica è viene sempre più istituzionalizzata (anche con una serie di sinodi volti a regolamentare le pratiche mediche) e ascritta la campo della scienza, di sola prerogativa maschile.

Sola, saggia, capace come e più di un medico “vero”, probabilmente anche bella (almeno in gioventù), stimata ma anche temuta: è il capro espiatorio ideale per invidie e sospetti, maldicenze e paure. Forse il fallimento di una cura o un parto andato male (è periodo di grandi epidemie e la mortalità infantile è alle stelle), ecco che la curatrice diventa la prima, e unica, sospettata.

La storia di Gostanza, singolare in molti aspetti, in particolare nel finale che la vede assolta nonostante le sue stesse dichiarazioni di connivenza col demonio, mi ha sempre affascinato, anche perché poco conosciuta. Almeno fino al 2000, quando un regista, Paolo Benvenuti, ne fa un film.

Girato in un affilato bianco e nero, con l’effetto sgranato delle vecchie pellicole, il film ci porta dentro la sala degli interrogatori del Castello di Lari e ci fa diventare testimoni di un processo dove domande incalzanti e risposte dapprima lucide e sicure diventano man mano sempre più deliranti e disperate. Le sequenze della tortura non vengono mai inquadrate direttamente, ma basta l’ombra che si staglia sul pavimento per farne capire tutto l’orrore vissuto da Gostanza. Impossibile non pensare alla Giovanna d’Arco di Dreyer…

gostanza5Pochissimi attori, su tutti, magnifica, Lucia Poli nella parte di Gostanza, una donna cui la vecchiata la vita non sono riuscite a cancellare l’antica bellezza; occhi profondi e diretti a cui non mancano spesso guizzi di orgoglio, una pelle ancora liscia e capelli che sembrano più biondo cenere che grigi.

Film da vedere (si trova per intero su youtube), sia per chi volesse approfondire la storia di questa donna incredibile, sia per chi ama il buon cinema ma, soprattutto, per il messaggio molto forte che manda. Un messaggio più che mai attuale.

Un giorno – racconta Gostanza – quand’ero una fanciulletta di otto anni, trovandomi alla Fratta, la villa di mio padre, mentre che stavo da sola davanti alla casa, passarono di lì tre pastori che tornavano di Maremma. Mi presero in collo e mi menarono via. Mi portarono a Vernio, in casa di Francesco di Lorenzo, perché Lenzo, il suo figliolo, quello che mi aveva preso, mi sposò e mi prese per moglie.Pensate che strazio fu dormire con questo Lenzo essendo io di poca età! E avete a sapere, padre, poiché io vi ho a dire le mie vergogne, che i lupi non mangiarono tanta carne quanta ne fu strappata a me. Che essendo bambina di quell’età, mi rovinarono e mi rivoltarono nelle lenzuola tutta la notte.

***

Fonti

  1. “Streghe. L’ossessione del diavolo. Il repertorio dei malefizi. La Repressione” di Pinuccia Di Gesaro (ed. Praxis 3)
  2. “Guida alle Streghe in Italia” di Andrea Romanazzi (ed. Venexia)
  3. “Sterghe. Storie e segreti” di Tersilla Gatto Chano (ed. Newton Compton)
  4. “Incanti e sortilegi. Streghe nella storia e nel cinema. Atti del Convegno “La strega, la santa e il processo” a cura di Dinora Corsi e Laura Caretti (San Miniato, 12-13 novembre 1999), ETS, 2002
  5. “Storia di un processo inquisitorio. Gostanza da Libbiano” di G. Ugo Berti; Susanna Berti Franceschi
  6. “Storia della stregoneria. Origini, credenze, persecuzioni e rinascita nel mondo contemporaneo” di Giordano Berti (ed. Mondadori) (ed. Elmi’s World)
  7. “La Strega” di Jules Michelet (ed. Bur)
  8. “Potenza della stregoneria/impotenza della donna” di Rossana Barcellona (Arabeschi – Rivista internazionale di studi su letteratura e visualità”)
  9. “Manuale della medicina di Santa Ildegarda” di Gottfried Hertzka / Wighard Strehlow (ed. Athesia- Bolzano)

La leggenda delle Masche, di Nick Parisi

Di tutte le declinazione che il nome della strega ha assunto nel tempo, nessuno è in grado di suscitare inquietudine come quello delle terribili Masche piemontesi. Chi erano le Masche? Assassine o curatrici? Malefiche tempestare o sacerdotesse dei cicli naturali? Fautrici di terribili carestie o guardiane del sacro fuoco dell’inverno? Bestie o esseri umani? Raccapriccianti megere o donne bellissime? Folli o sagge? Eretiche o streghe? Donne cattive o donne emarginate? Del mistero e del mito che circonda queste temibili figure, ne parla in uno speciale in tre parti, molto interessante e approfondito, Nick Parisi.

I) La leggenda delle Masche: Introduzione

II) Primi dati

III) Esecuzione

Non mi vergogno a dire che la lettura di questo piccolo ma intenso trattato sulle Masche mi ha emozionato e commosso; non importa quanto si possa essere preparati sull’argomento, quante volte si sono lette e rilette le fonti, i racconti, le storie corali e individuali, quante illustrazioni ci siano passate sotto gli occhi: le streghe, e, soprattutto, le donne dietro di esse, non lasciano mai indifferenti, sia per il mistero che le avvolge, sia per l’ingiustizia di cui sono state purtroppo vittime.

Complimenti di cuore, Nick, e grazie: hai reso loro un omaggio straordinario!

Villa de Vecchi, la Casa Rossa

La casa dalle finestre che non ridono

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Percorrendo la Statale 32, in località Bindo di Cortenova, nel lecchese, Villa de Vecchi spunta da un mucchio di rovi disseccati come una rosa che non cede al tempo .
È vecchia e si vede, anzi, è proprio cadente, ma conserva ancora un po’ di quel rosso orgoglioso e sfacciato a cui deve il nome con cui tutti, nella zona, la conoscono: la Casa Rossa.

Un po’ di storia…

Splendido esempio di stile eclettico di metà ‘800, la Villa fu fatta costruire dal nobile Conte Felice de Vecchi che, oltre ad essere un patriota risorgimentale era anche un geniale visionario, un uomo di cultura e un esploratore. Egli ne commissionò il progetto ad un giovane architetto, Alessandro Sidoli, il quale, ça va sans dire, morì poco prima dell’inaugurazione, alimentando la serie di inquietanti eventi e leggende che alla villa sono legati.

la Villa con la fontana in una foto d'epoca
la Villa con la fontana in una foto d’epoca

Sviluppata su cinque piani, fu realizzata utilizzando in parte la pietra arenaria rossa, che le conferì il colore caratteristico, ripreso anche dai pavimenti alla veneziana e in alcuni affreschi.

La costruzione è un progetto architettonico complesso, che parte dal neoclassico per poi fondersi con gli stili più disparati e di matrice orientaleggiante (come il progetto originario della vicina casa del custode, in stile arabo), e all’avanguardia nelle scelte tecnologiche. Così all’avanguardia da diventare poi una delle principali cause del dissesto: il complesso sistema di tubature interne per il trasporto dell’acqua calda si rivela inadeguato al punto che le infiltrazioni di umidità porteranno al crollo del primo piano.

Alla morte del conte nel 1862, la villa passò in mano a vari proprietari, fra cui il fratello del conte, che però mai l’abitarono né se ne curarono. L’unica che cercò di mantenere in uno stato dignitoso l’edificio e l’immenso parco circostante fu la famiglia Negri, i custodi, che abitava la vicina casetta in stile orientale. Se ne presero cura fino agli inizi degli anni ’80, quando le nuove generazioni di Negri abbandonarono il territorio. Da qui, per la Casa Rossa, sarà solo una lenta ma inesorabile, rovinosa storia di abbandono e vandalismo.

… e un po’ di leggenda

Di storie e leggende sulla Casa Rossa ce ne sono molte, troppe. Le più famose sono:

La casa è abitata dallo spirito della moglie morte morta suicida o, a seconda delle versioni, della figlia scomparsa

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Pare però che il conte non avesse figlie femmine, solo due maschi, e che lui e la moglie siano morti di morte malattia, anche se in giovane età (lui a 46 anni, lei ancora prima).Secondo alcuni, poi, il conte non aveva proprio figli e, secondo altri morì celibe.

Nelle sere di inverno si sentono voci e lamenti strazianti di una donna

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È vero ma è stato provato che è l’effetto del vento nelle tubature. Le stesse tubature che hanno dato inizio alla rovina della casa. Forse sono loro il vero male

Ci sono testimonianze di apparizioni di strane luci, orbs e figure ectoplasmatiche

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Confermo, pure io le ho viste: si tratta di riflessi della luce che, filtrata dalle foglie degli alberi, battono sui vetri rotti e creano strani giochi luminosi. Che se poi vengono catturati dall’obbiettivo della macchina fotografica sono ancora più bizzarri.

Nella villa ci ha dimorato per un certo periodo di tempo Alistear Crawley, colui a cui viene attribuita la paternità del satanismo e, durante una messa nera, uno degli adepti finì preda del demonio e dilaniò a mani nude tutti i presenti.

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Non esiste alcuna traccia di questa permanenza, mentre, in compenso, esistono molte tracce di vandali, pseudosatanisti e non, che hanno deciso che è divertente e satanico ricoprire di scritte i muri e distruggere quel poco che rimane di una vecchia e affascinante dimora.

Quindi Villa de Vecchi è solo una casa abbandonata, seppure una bellissima, destinata a sgretolarsi nel tempo e a vivere solo nella memoria di coloro che ne parlano? Niente fantasmi? Dunque tutta una bufala?

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Essendoci entrata, avendola girata da sola, respirata, ascoltata, fotografata con attenzione, mi sento di dire di no. La maggior parte sono leggende, ma basta chiudere gli occhi e aprire la mente per sentire che qualcosa di sovrannaturale vi aleggia. Che siano i fantasmi un passato glorioso fatto di feste e salotti colti, o il genio eclettico del conte che ancora si intravede nel poco che rimane delle architetture e degli ambienti, o la malasorte del giovane architetto Sidoli, cui era già stato assegnato e poi tolto per “mancata fama” il progetto del Cimitero Monumentale di Milano, che non riuscì a vedere compiuto il suo progetto più ambizioso, o ancora il rimpianto di una moglie e madre morta troppo giovane… insomma, il Genius Loci, lo “spirito del luogo” è ancora presente e resiste con tenacia. E non è uno spirito cattivo, non fa paura, non respinge (anche se una persona mi ha raccontato che, provando ad avvicinarsi alla Villa, è stata accolta da un vento così forte che è dovuta tornare indietro, per ben due volte): è piuttosto uno spirito malinconico, che si aggira solitario per le stanze, guardando con occhi increduli e rassegnati il tempo che le consuma o e assistendo impotente all’abuso dei vandali.

L’unico orrore di Villa de Vecchi, l’incredibile Casa Rossa che perfino la frana del 2002 ha voluto risparmiare, è che nessuno voglia prendersi cura di lei. Lei lo sa, e, in silenzio, soffre.

Consigli di lettura

Bindo di Cortenova: Villa De Vecchi 

Villa De Vecchi a Cortenova: riscoperta di un capolavoro 

Progetto di conservazione della Villa De Vecchi a Cortenova