La Strega delle Piante

La prima volta che ho incontrato una strega avevo sei anni. Tornavo con mia nonna da una passeggiata sulle colline dell’entroterra ligure, sopra Lavagna. Una stradina asfaltata delimitata da un muro basso in pietra secca – al di là i terrazzamenti che scendono verso il mare coltivati ad ulivi e vigne –  e  da tratti di bosco, interrotti da qualche stalla o cascina.

La donna scendeva a passo lento, piegata sotto una gerla piena di rami (sì, proprio una gerla). Un donnino piccolo e rinsecchito come la legna che trasportava, il viso scuro da anni di sole e così rugoso che si vedevano appena gli occhi. Pochi capelli bianchi scappavano come spiriti da un fazzoletto nero che portava in testa, e anche gli abiti erano neri e pesanti, troppo per quella stagione.

Non mi stupì che una donna così magra e così vecchia portasse da sola un peso così grande. Ero abituata a mia nonna che, rimasta vedova con un figlio diciottenne pronto per l’università, si era caricata sulle spalle il peso di una piccolo cappellificio da mandare avanti e di un figlio da crescere. E lo aveva fatto senza mai un lamento, senza mai farlo pesare.

Mi stupì invece che, appena ci trovammo a pochi passi le une dall’altra, lei si fermò, si raddrizzò con un movimento secco, si asciugò la fronte con il dorso della mano – mano nodosa e forte, come quelle di mia nonna – e ci rivolse un sorriso sdentato.

“Alura, ma la và?” le chiese mia nonna in dialetto brianzolo. E lei rispose qualcosa nel dialetto locale, di cui non capii una sola parola.

Andarono avanti così a parlare, ognuna nel proprio vernacolo, per dieci minuti buoni, e io che giravo la testa da una all’altra, senza capire un accidente ma comunque incantata da queste due donne, che, a quanto pareva, si conoscevano. Il che non era strano di per sé, perché andavamo in quella zona, e sempre nella stessa pensione, da quando ero nata (e ci saremmo andanti ancora per molti estati): ciò che mi stupiva era che non avessi mai visto prima la donna, nonostante di passeggiate con mia nonna lungo quel percorso che dal centro di Lavagna portava verso Cogorno ne avevo fatte parecchie.

Ad un certo punto, come se si fosse accorta di me solo in quel momento, la vecchietta mi guardò, mi sorrise e fece un segno con l’indice e il medio, una “V” rovesciata, mentre con il mento mi indicava la fronte. E disse una cosa tipo “e l’ha il segn de la bazura”. E visto che non capivo mi segnò con la punta dell’indice sulla fronte il culmine dell’attaccatura dei capelli, che portavo legati in una coda molto stretta, e che effettivamente facevano (fanno) una specie di “V”. Mia nonna rise e disse “La g’ha rasùn!”.”

Poi la donna tirò fuori dalla tasca alcuni steli di una pianta con dei fiorellini bianchi all’estremità, li fece annusare a mia nonna e ancora per un po’ rimasero a parlare. Poi ci salutammo. La donna riprese la salita e noi ci avviammo piano piano verso la pensione.

Quella sera, nel giardino della pensione, alla luce intima degli zampironi, raccontai a tutti dell’incontro (eravamo sempre gli stessi ad andare lì, da anni, una specie di famiglia allargata) e la signorina Marta, che era una professoressa di liceo ma anche un’esperta della storia dei luoghi, mi disse che la donna si chiamava Esterina, che era vecchissima, più di cento anni, e che era famosa da quelle parti per essere una bazura, una strega, ma di quelle buone, che conoscono i poteri di tutte le erbe, e che in alcune cascine ancora la chiamavano a “stendere la mano” sui neonati, sulle mucche gravide,  sui vitelli appena nati  e sugli orti appena seminati.

Chiesi a mia nonna dei fiori che le aveva dato e mi disse che erano fiori di sambuco da fare bollire per aiutare la digestione.

L’Esterina la incontrammo ancora diverse volte, sia quell’estate che in quelle successive. Scoprimmo che viveva in una delle baite sulla strada per Cogorno e aveva una mucca, le capre, i conigli e i polli.

Ci fermavamo sempre a parlare e, anche se capivo poco, poi mi facevo spiegare da mia nonna: parlavano delle erbe, della guerra, dei dolori alle mani piegate dall’artite reumatoide e pure incapaci di stare ferme, dei figli, di cui Esterina ne aveva avuti undici, e nipoti e della vita e della morte.

Quasi sempre ci dava qualcosa – piante aromatiche, latte fresco, uova, mazzetti di fiori – e mia nonna, a sua volta, le portava sempre le caramelle Rossana, di cui Esterina andava matta.

L’ultima volta che la incontrammo ci regalò delle castagne matte dei boschi, da tenere in tasca contro il raffreddore.

L’estate dopo non c’era più, era morta nei campi mentre raccoglieva il fineo. Andammo al cimitero a salutarla e, dalla lapide, scoprii che aveva 108 anni!

Ma io l’ho vista ancora. Ogni volta che passavo davanti alla sua stalla la vedevo lì fuori con il fazzoletto nero in testa che mondava le verdure, o mentre scendeva con la gerla piena di fieno per le sue bestie. Mi salutava con il suo sorriso sdentato e io, sottovoce le rispondevo. Ciao Esterina.

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