Gotico provinciale

[Il mostro dell’hinterland, di Matteo Ferrario – Ed. Fernandel]

Göbbels diceva nei suoi diari che le masse sono molto più primitive di quanto possiamo immaginare. La propaganda quindi dev’essere essenzialmente semplice, basata sulla tecnica della ripetizione, tecnica peraltro modernissima, mandata avanti dalle grandi agenzie pubblicitarie americane. Unique selling proposition – unica proposta di vendita. (Gian Maria Volontè – Sbatti il mostro in prima pagina, di Marco Bellocchio.

Gotico provincialeIeri ho terminato “Il mostro dell’hinterland”, di Matteo Ferrario, nel tempo record, per me che di tempo ne ho poco, di qualche sera e un’intera giornata in cui mi sono isolata dal mondo per poterlo continuare senza interruzioni. Lo ammetto, era parecchio che non mi trovavo così convolta in una lettura; e non è solo per la storia, sicuramente coinvolgente, quanto per un insieme di elementi ben calibrati e perfettamente incastrati fra di loro.

In primo luogo, è scritto egregiamente – che non è una cosa così scontata – sia nella forma che nel contenuto: non c’è una sbavatura, una caduta di ritmo, un luogo comune, e nemmeno un refuso.

Io sono una di quelle che, non dico giudica una libro dalla copertina, che pure ha la sua importanza, ma già dalla prima, tò, seconda pagina, capisce se il libro le piacerà o no. Quando mi dicono “sì ma tieni duro, dalla cinquantesima pagina in poi vedrai che migliora” non perdo nemmeno tempo perché se un autore ha bisogno di cinquanta pagine per conquistare il lettore, o almeno la lettrice difficile che sono io, vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Naturalmente con Il mostro dell’hinterland questo limite non c’è stato, anzi, già dopo poche righe avevo capito che sarebbe stata una di quelle letture che mi facevano perdere il sonno. Ma ben venga.

La scrittura, dicevo. Matteo Ferrario usa un espediente narrativo che è poco comune quanto rischioso: quello del protagonista/narratore che, oltre a parlare in prima persona, si rivolge direttamente a noi, ai lettori. Ora, se questo “dialogo” fra un personaggio del libro che può parlare e noi lettori che non possiamo rispondere non è fatto più che bene, il rischio è che ci mal disponga all’ascolto. Qui non succede. Anzi, il fatto che una persona, che ha passato la sua vita a ridurre la comunicazione con il prossimo al minimo indispensabile e ora, rinchiusa in carcere a scontare la pena per un delitto su cui ci sono dubbi grandi come troll, finalmente decida di rivolgersi ad un pubblico per raccontare la propria versione dei fatti, non solo sa di profondamente liberatorio ma ci fa anche sentire un’audience privilegiata.

Il protagonista, Riccardo Berio, sta scontando l’ergastolo per l’omicidio brutale degli zii che abitavano sotto il suo appartamento. Il movente, secondo l’accusa, è che il Berio, socio(a)patico, solitario fino al limite della misantropia, senza una vita – né sociale, né lavorativa, né sessuale- fosse così roso dall’invidia per la vita attiva, soprattutto dal punto di vista del sesso, dei due arzilli vecchietti che non sdegnavano orge e locali per scambisti, da decidere di farli fuori.

Con la sua voce pacata, rassegnata, ma ricca di arguzia, una buona dose di autoironia, cinismo e humor nero, Riccardo Berio racconta la sua verità attraverso la ricostruzione del processo, visto da dentro e non dietro il filtro patinato di un serial tv, e attraverso il racconto della partecipazione volontaria ad un’intervista con una “iena del torbido” (che vi ricorderà più d’una e d’un giornalista di programmi di cronaca nera) che farà di tutto per distruggerlo

La storia, pur basandosi su fatti veri, ha una sua anima e segue una sua strada chi tiene incollati alle pagine mentre ripercorre la vicenda, personale e giuridica, che ha portato al verdetto finale. Un verdetto che già si conosce dalle prime righe e che se all’inizio può sembrare ovvio e motivato, man mano che le pagine scorrono, ci fa capire che ci troviamo di fronte ad un processo viziato fin dall’inizio, basato su pregiudizi, incompetenze e zero rispetto per la vita umana. Come viene costruita una causa, quando si è già deciso a priori il colpevole? Quanta approssimazione sta dietro a certe decisioni, anche quando c’è in ballo la vita di una persona? Quanto è facilmente manipolabile l’opinione pubblica? E che ruolo pazzesco giocano i media in tutto questo? Ma, alla fine, la vera domanda che ci rimane dentro è “chi sono i veri mostri”?

Impossibile ingabbiare questo libro dentro gli schemi di un genere, perché, pur attingendo da essi – legal thriller, romanzo di denuncia, thriller psicologico, romanzo autobiografico – li supera e si ricava una propria identità, con il pregevole obbiettivo di dare finalmente una voce a chi in genere non ne ha.

Una delle letture più appaganti e intense degli ultimi tempi, che mi sento di consigliare con il cuore a tutti. Insomma, un piccolo gioiello pieno di luce cupa e di talento.

 Oggi andrà all’asta la villetta bifamiliare dell’hinterland milanese in cui più di sette anni fa, il 26 agosto del 2005, venni arrestato con l’accusa di duplice omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere.
Questo significa che quando uscirò dal carcere – fra sconti di pena e buona condotta passeranno poco più di dieci anni – non avrò un posto dove tornare, nemmeno la casa in cui ho trascorso i primi quarant’anni della mia vita.
Non che me ne importi, a questo punto. Anzi, se fosse per me la soluzione migliore sarebbe quella di restarmene qui dentro, dove al termine dei tre anni di isolamento stabiliti dal giudice sono riuscito persino a imparare un mestiere e a dare qualcosa di simile a un ritmo alla mia esistenza quotidiana.
Ma un giorno mi toccherà tornare là fuori. Vedo quel momento avvicinarsi con il terrore che ho sempre avuto per il mondo esterno.
La vita mi fa paura, le persone mi fanno paura, da sempre.
Non è una cosa buffa, detta da uno come me?
Il mio nome è Riccardo Berio. A molti di voi non dirà nulla, perché è passato un po’ di tempo da quando mi dedicavano paginate intere, interrogandosi sulla fine che possono fare i giovani rimasti in provincia – come se un quarantenne fosse un giovane, Cristo santo. [Il Mostro dell’hinterland, Matteo Ferrario – Ed. Fernandel]

Il mostro dell'hinterland

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