Benvenuti a Volle

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I

Negli anni ’70, Volle non era un luogo di villeggiatura. Non c’erano strade comode per arrivarci, non c’erano strutture, non c’erano attrattive; il clima caldo umido in estate e freddo umido in inverno non era l’ideale per farci delle vacanze. Chi ci abitava non amava i turisti e preferiva stare per i fatti propri.

Volle era un esempio tipico di borgo rurale che fondava la sua economia sui campi, sugli allevamenti e sul grande macello provinciale.

Ci si arrivava dopo una serie di strade secondarie, gallerie e tornanti. Arrivati in cima alla collina, guardando verso il basso, lo si vedeva già: un agglomerato disordinato di case e fattorie circondate da campi e boschi e chiuso su un lato una pozza d’acqua paludosa che veniva chiamata lago. A contrastare quell’impianto urbano cresciuto senza un preciso piano regolatore, la struttura rigida e lineare del macello sembrava del tutto fuori contesto: una lunga costruzione rettangolare in cemento, sul fondo della quale si ergevano due ciminiere, frapposta fra il nucleo principale dell’abitato e il lago.

L’ultimo pezzo di strada era uno sterrato che attraversava i campi, più adatto ai trattori e ai carri che alle macchine; sembrava un percorso ad ostacoli fatto per disincentivare a proseguire, come se volesse dire “cosa ci venite a fare a Volle che non c’è niente?”. E così come il paese non era particolarmente accogliente  o caratteristico, allo stesso modo i suoi abitanti non erano il massimo della socievolezza, soprattutto con i forestieri. Gli abitanti di Volle erano chiusi e diffidenti e non amavano i cambiamenti.

Eppure, i miei vaghi ricordi delle estati trascorse nel piccolo paese dei miei nonni materni erano pieni di sole e di luce, della musica del jukebox del bar tabacchi, di pomeriggi passati all’ombra degli alberi in compagnia degli altri bambini, a inventare giochi e raccontare storie, di tramonti nei campi a inseguire le lucciole, di passeggiate nei canneti a cercare le rane.

In estate, gli adulti uscivano più volentieri, si fermavano a parlare e spesso, di sera, non era difficile vederli raccolti in capannelli, seduti su seggiole di paglia fuori dalla porta a cercare un po’ di aria fresca alla luce degli zampironi. I ragazzi si davano appuntamento all’unico bar del paese, che per i mese di luglio e agosto metteva fuori qualche tavolino in formica e lasciava suonare il jukebox fino a tardi, così da attirare un po’ di clienti. Arrivavano a piedi o in bicicletta, qualcuno perfino con il motorino dalle cascine più lontane, e si dividevano in gruppetti che si studiavano fra di loro mentre bevevano la spuma o il tè freddo.

Con la fine delle scuole, i bambini, che per tutto l’anno si erano alzati all’alba per prendere l’unica corriera che li portava nella città più vicina, erano liberi di scorrazzare dove volevano, senza limiti di orario, che tanto da quelle parti si conoscevano tutti e un adulto che li teneva d’occhio c’era sempre.

C’erano solo due divieti, due luoghi proibiti, due ordini perentori che ogni genitore, nonno, zio o parente ripeteva più volte al giorno ai più piccoli: “non andare al canneto” e “non andare per nessuna ragione alla casa del Pepìn matt”.

Il canneto era la parte più paludosa e profonda del lago, dove gli adulti pescavano i pescigatto e le rane e le coppiette si sedevano sul piccolo molo di legno, a guardare la luna. Lì, anni prima una bambina di cinque anni era morta affogato e il suo corpo, probabilmente risucchiato dal fango e mangiato dai pesci, non era più stato ritrovato. Così era nata la storia del fantasma della bambina annegata che aspettava che qualcuno mettesse i piedi nell’acqua per trascinarlo sotto a giocare con lui nelle oscurità gelate del lago. I ragazzini ridevano e liquidavano la cosa come una leggenda inventata per tenerli lontano e al canneto ci andavano, di nascosto, a pescare e a prendere il sole. Ma i piedi nell’acqua, però, non ce li mettevano mai.

La casa del Pepìn era tutta un’altra cosa. Si diceva fosse una casa maledetta e, per tenere lontani i bambini, ci dicevano che anche che il Pepìn fosse maledetto, pazzo e maledetto. La verità era che, ad averne paura non erano giovani, ma gli adulti.

 

Il Pepìn era mio zio. Questo però lo scoprii solo molto dopo, quando ero adulta e sveglia abbastanza da capire che quel fratello disgraziato a cui faceva cenno ogni tanto mia nonna stringendosi le mani sul cuore, quel Giuseppe Bertaglia che si era lasciato irretire da una straniera, che si era isolato da tutti e aveva speso quasi tutti i soldi sudati in anni di lavoro per comprare una casa troppo grande, era lo stesso Pepìn matt di cui tutti i bambini di Volle parlavano.

A parte le esclamazioni di rammarico che si lasciava scappare ogni tanto mia nonna, di Giuseppe Bertaglia, alias Pepìn matt, non si parlava mai. Anzi, era tabù.

Le uniche volte che avevo fatto domande in merito mi ero trovata di fronte a un muro di silenzio – di mio padre -, a ripetuti segni della croce – di mia madre – e a un farfugliare in dialetto stretto di mia nonna che diceva più o meno “lascialo stare quello lì, che è matto. Matto, pericoloso e cattivo.”

Della moglie poi non se ne parlava proprio, al punto che, io stessa, prima dei fatti avvenuti alla fine di ottobre, ne avevo completamente dimenticato l’esistenza e Volle era scivolata dalla mia memoria, insieme ai suoi abitanti, i suoi segreti e i molti ricordi.

 

In fondo ci ero stata quando ero piccola, e solo d’estate, quando le scuole chiudevano e i miei, che avevano uno spaccio che invece rimaneva sempre aperto, non avevano tempo di starmi dietro.

Si partiva di domenica mattina presto, con la macchina carica delle mie cose – vestiti, giochi, quaderni dei compiti -, quasi tre ore di viaggio per fare meno di duecento chilometri. Il tempo di arrivare, scaricare la macchina, bere un caffè con i nonni e miei ripartivano, non prima che mia madre si fosse raccomandata centomila volte a mia nonna di “tenermi d’occhio”. Questo lo ricordo bene perché parlottavano fra loro a lungo, lanciando sguardi preoccupati verso di me che, a mia volta, le fissavo cercando di capire cosa avevano da dirsi. Poi salivano in macchina e mia madre si tormentava le mani mentre i suoi occhi mi seguivano dal finestrino, angosciati e cerchiati di nero. Ma mia madre aveva occhi angosciati e cerchiati di scuro da che me la ricordo, occhi che mi seguivano ovunque e, a volte, mi facevano paura; vederla allontanarsi allontanava il senso di oppressione che sempre provavo in sua presenza e per tutta l’estate sarei stata libera come una piccola selvaggia, “che tanto qui teniamo tutti gli occhi aperti” diceva mia nonna a mo’ di avvertimento.

 

II

Una mattina di fine ottobre di tanti anni dopo, mio padre mi chiamò per dirmi che aveva appena ricevuto un plico da parte di un messo comunale: da quello che aveva potuto capire leggendo il contenuto, la casa di Giuseppe Bertaglia, che si trovava ora su terreno di proprietà comunale (cercare informazioni su espropri), doveva essere demolita per permettere tutta una serie di lavori di bonifica e riqualificazione della zona. Seguiva un lungo elenco di citazioni, di leggi, decreti, codici e notifiche e il numero telefonico dell’ufficio da contattare. A dire il vero ci misi un po’ a capire chi era Giuseppe Bertaglia; mia nonna aveva sempre fatto uso del cognome da sposata, Sartorin, e di parenti con quel cognome non ne esistevano altri.

Contattai subito il numero dell’ufficio competente, più per tranquillizzare mio padre che per reale interesse, e mi spiegarono che, a seguito di un nuovo piano regolatore che prevedeva il passaggio della provinciale anche in quelle zone sperdute, si sarebbe intrapresa l’opera di demolizione di un’intera area comprendente il vecchio macello, per il quale i lavori, mi informò l’incaricato,  erano già iniziati e tutta la zona di boscaglia e vecchie case abbandonate, fra cui quella di mio zio. Mi face anche presente che era stato faticoso risalire a noi, visto che nessuno sembrava sapere nulla del vecchio proprietario dell’immobile da demolire. Odiavo quel linguaggio tecnico da iniziati, odiavo l’impiegato che cercava di farmi sentire in colpa perché non ci avevano rintracciato prima e, soprattutto, odiavo quello che intuivo avrei dovuto fare.

Dovevo firmare tutti i documenti per la cessione di proprietà e le autorizzazioni alla demolizione, e, come se non bastasse, dovevo organizzare lo sgombro della casa, sempre ammesso che ci fosse qualcosa che valesse la pena tenere. Altrimenti avrebbero portato tutto in discarica e tanti saluti.

Quella sera parlai con mio padre e gli spiegai come stavano le cose. Mi disse di fare come meglio credevo, che non voleva saperne di quel posto lì, e che se ci fosse stato da prendere dei soldi, erano tutti miei. E, anzi, visto che c’ero, avrei potuto anche fare quella cosa di cui si accennava da un po’ ma senza mai arrivare al dunque: vendere la casa dei miei nonni materni e, anche in questo caso, avrei potuto tenermi tutto io, tanto a mia madre non servivano e lui non voleva niente da quella gente.

Ammetto che me l’ero aspettata fin dal primo momento, quella richiesta di vendere la casa dei nonni, eppure, sentirlo dire per la prima volta così apertamente mi fece una strana impressione: era la violazione di un tabù, un atto di precisa volontà contro una presa di posizione opposta, quella di mia madre, a cui la sola menzione della possibilità di vendere la casa materna di Volle provocava attacchi d’ira o di panico.

Ma ora che lei era “ospite” di una casa di cura per disturbi mentali, meglio conosciuta come ospedale psichiatrico, che era stata interdetta da ogni decisione e che mio padre ed io eravamo stati nominati suoi tutori, era giunto il momento di liberarci una volta per tutte di quelle mura e dei fantasmi che le abitavano.

Non era necessario che lo sapesse. Anzi, non doveva saperlo; era inutile aggiungere turbamento alla sua mente già fragile.

 

Decisi di partire un venerdì di fine ottobre, approfittando di una buona combinazione fra il fine settimana e Ognissanti, in modo da potermi rendere conto di com’era la situazione, scattare delle foto, contattare un’agenzia immobiliare e una di trasporti. Che poi, era solo una scusa per evitare visite a mia madre dal momento che sapevo benissimo che nessuno lavorava in quei giorni di festa. Quelle visite mi pesavano più di ogni altra cosa al mondo; detestavo la struttura di vetro e cemento, bianca e asettica, pervasa costantemente dal tipico odore di lisciva e ammoniaca che però non riusciva a coprire del tutto quello di urina e malattia. I degenti mi mettevano a disagio, crisalidi che vagavano per i corridoi e i vialetti del giardino accompagnati da infermieri con lo sguardo distante. Non so se fossero più vuoti gli occhi dei malati o degli infermieri, di fatto mi sembravano tutti privi di anima, degli zombi che giravano senza meta e senza concezione di ciò che li circondava, guidati solo dai loro istinti primari. Probabilmente erano imbottiti di psicofarmaci fino al midollo, pazienti e infermieri, altrimenti non capivo come potevano sopportare una tale non-esistenza.

Mia madre sicuramente lo era: dosi da cavallo di benzodiazepine per tenere sotto controllo gli attacchi di furia devastante inframezzati da periodi di dopamina, quando l’isteria lasciava spazio alla depressione. I risultati erano i medesimi: una donna di nemmeno settant’anni in perenne stato catatonico, con gli occhio acquosi che mi fissavano senza riconoscermi (o forse sì visto che ogni tanto farfugliava qualcosa). Resistevo un’ora, a volte nemmeno, poi dovevo andarmene prima che la mano ferrea dell’angoscia mi trascinasse giù giù per un buco nero su cui ogni tanto già mi affacciavo per conto mio.

Le infermiere mi guardavano con labbra serrate dal biasimo, ma io le ignoravo. Ero una cattiva figlia, lo sapevo. Tanto quanto lei era stata una cattiva madre.

 

Partii il mezzogiorno di un venerdì bigio e umido,

 

Dopo quasi sei ore di viaggio fra autostrade monotone e statali costeggiate da capannoni industriali, uscire dalla galleria che collegava la provinciale di Pozzano con la Valle Solara fu uno shock: le luci dei lampioni, il rumore delle auto e dei camion che tiravano come pazzi avevano lasciato il posto ad un paesaggio sfumato di bruma, a strade pressoché deserte e alla musica dell’autoradio che, fino a quel momento, si era persa nei rumori della strada.

Mi sentii improvvisamente calma. L’abbraccio ovattato della nebbia, il buio, il silenzio furono come una carezza lungo la schiena; mi erano più cari e familiari dei luoghi caotici e rumorosi. Rilassai le spalle e accesi il navigatore.

Ero pronta.

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