Dolce come il miele

Sono nato nel 1930, a New York, in giorno di pioggia, e sono morto nel 1965 in una notte afosa come solo certe notti di New Orleans riescono ad essere.

Facevo il killer. Lavoro ben pagato e, tutto sommato, molto meno pericoloso di quello che si crede. Se lo si sa fare bene, si intende. E io, senza falsa modestia, ero piuttosto bravo. Anzi, dovevo essere molto bravo dal momento che Monsier Murier era venuto fino a New York per richiedere i miei servizi. Io, dopo qualche esitazione, avevo contato gli zeri sul contratto ed avevo accettato.

E quella è stata la mia rovina. Ma se pensate che sia morto con una pallottola in testa come ogni killer che si rispetti, o arrostito su una sedie elettrica, vi sbagliate di grosso. La mia è stata una morte molto meno onorevole e, tutto sommato, annunciata. La morte di uno stupido che si innamora della donna sbagliata. E la donna sbagliata non era altri che la moglie di colui che mi aveva profumatamente pagato per ucciderla.

Si chiamava Honey, anche se il suo vero nome era Adel, ed era un metro e ottanta di bellezza creola, come non se ne erano mai viste in quelle terre infestate da paludi e coccodrilli.

Dire che Honey era bella non rendeva l’idea. Honey era una visione. Con la pelle color caffellatte, occhi ambrati da gatta selvatica e i capelli neri come ali di corvo. Ma quello che mi aveva colpito come uno schiaffo in pieno volto erano state le sue labbra. Oh, quelle labbra. Scure, grandi, luccicanti di qualche speciale cosmetico che aveva il profumo del miele. Mi chiesi subito se del miele avessero anche lo stesso sapore, dolce e avvolgente. E mi resi conto che ero fottuto ancora prima di iniziare il mio lavoro.

Il mio compito era semplice. Monsier Murier era quasi sempre in viaggio per affari – quali affari non lo sapevo né mi interessava – e Adel rimaneva spesso sola. No, non è corretto. Adel non rimaneva mai sola. Questo era il problema. Adel era giovane, bella, intelligente e vitale e aveva una cerchia ristretta di amici che la venerava e non aspettavano altro che di poterla intrattenere e compiacere. Monsier Murier, che era molto, ma molto più vecchio di lei, era divorato da una gelosia insana, che tuttavia era riuscito a tenere sottocontrollo per amor di apparenza. Perché portarsi in giro quella moglie bella come una divinità antica del candomblè era per lui motivo di immenso orgoglio, così come la sua Roll Royce con autista e l’immensa villa coloniale.

Poi però a Monsier Murier erano arrivate delle voci. Parecchie voci. Reali? Calunnie? Chi può dirlo. Ma tutte puntavano il dito avvelenato su alcuni atteggiamenti diciamo… decisamente compromettenti di Honey. E il vecchio aveva perso il lume dalla ragione e mi aveva cercato.

Protetto dal mio ruolo fittizio di guarda del corpo di Madame Murier, avrei dovuto seguirla come un ombra, osservare, riferire e, quando l’ordine sarebbe arrivato, eseguire e fare passare tutto come un tragico incidente. Cosa per cui, del resto, ero piuttosto famoso nell’ambiente.

Della scusa che Monsier Murier trovò per mettere alle costole della moglie una guarda del corpo è presto detto: era estremamente superstizioso. Credeva alle divinità magiche del voodoo e del candomblè, ai vampiri e ad altre diavolerie, con alcune delle quali, si diceva, avesse stretto un patto. Tutto ciò mi aveva fatto sorridere in privato. Ma nel mio lavoro mi ero abituato a sentire di tutto, quindi avevo annuito, come se la sua richiesta fosse la più naturale e lecita del mondo.

Così diventai l’ombra di Honey; discreto, silenzioso ma sempre vigile. Lei ignorava del tutto la mia presenza; insomma, per lei non esistevo e la sua routine continuava. Si svegliava tardissimo, passava il resto della giornata nella sua camera da letto avvolta nella penombra, a scrivere lettere, a leggere o farsi cure di bellezza. Da sola o, al limite, assistita da Marì, la sua giovanissima e silenziosa cameriera personale.

Quando il sole era tramontato e l’aria umida e afosa lasciava il posto ad una leggera brezza carica dei profumi di magnolie e spezie, si sedeva in veranda e, da sola, sorseggiava un calice di vino rosso scuro che le tingeva le labbra. Se le leccava con un gesto felino e io dovevo deglutire forte mentre gocce di sudore gelato mi scendevano dal collo e lungo la schiena.

Poi si preparava e mi faceva cenno di prendere la macchina. Un solo, leggero cenno del capo, con gli occhi rivolti altrove. L’accompagnavo per locali e teatri e bar dove me ne rimanevo in un angolo, inconsistente e ignorato dal resto dei presenti, ad osservare quel bel mondo snob e raffinato e così distante da me. Il suo comportamento era ineccepibile; conversava con chi le rivolgeva la parola, sorrideva a chi le faceva un complimento, baciava la guancia a chi gliela porgeva. Ma tutto sempre con un leggero distacco, come una regina che si concede ai suoi sudditi più fedeli. Gli unici posti in cui non potevo seguirla erano ovviamente le toilette delle Signore. Ma, che accidenti! Che avrebbe potuto fare mai una donna così raffinata in quei dieci minuti, forse meno, in cui si assentava per incipriarsi il naso? La mia Honey non era certo una che si accontentava di una botta veloce nei bagni di un night club, per quanto chic fossero.

No, me la immaginavo piuttosto distesa in mezzo a cuscini di raso rosso mentre sorseggiava il suo vino scuro e si sfiorava le labbra di miele per raccoglierne una goccia sfuggita. E mi chiedevo che sapore avessero il vino e il miele assaggiati direttamente dalla sua bocca.

Talvolta prendevamo una barca guidata da un uomo nero come la notte e scivolavamo lungo il fiume. Attraversavamo la palude infestata di zanzare e coccodrilli, zigzagando fra le radici di mangrovie a filo d’acqua, passando davanti alle baracche fatiscenti che spuntavano sulla riva come funghi malsani, dalle quali centinaia di occhi pallidi su facce emaciate ci fissavano con paura, odio, curiosità, invidia. Il viaggio terminava davanti ad un piccolo molo che conduceva ad una casa modesta, dove sulla porta l’attendeva una donna anziana dallo sguardo altero, che rivolgeva solo uno sguardo sprezzante mentre prendeva Adel sotto braccio e la portava via da me.

Aspettavo la fine della visita ammazzando noia e zanzare, mentre il barcaiolo, che scoprii essere muto, teneva lo sguardo puntato in direzione della casa facendosi il segno della croce di tanto in tanto.

Una volta sentii levarsi il rumore dei tamburi, grida, canti e il verso inconfondibile di una gallina, ma quando riferii la cosa a Monsier Murires, l’unica risposta che ottenni fu una mascella serrata e uno cenno secco del capo.

Fu con un misto di angoscia e sollievo che ricevetti l’ordine di uccidere Adel. Angoscia perché il solo pensiero di essere io a porre fine alla sua esistenza mi sembrava insopportabile, sollievo perché speravo ardentemente che, una volta morta, mi sarei liberato del demone che si era impossessato di me e sarei tornato alla mia vita di tutti i giorni. Del resto, se non potevo averla io, nessun altro l’avrebbe avuta.

L’ultima sera del mio servizio, mentre con un crescente senso di disperazione osservavo non visto le labbra di Honey chiudersi sul bicchiere di vino per l’ultima volta, lei mi sorprese rivolgendomi uno sguardo diretto, che mi bruciò i visceri e annebbiò la vista.

“Questa sera cucinerò per lei,” disse semplicemente. “Coscette di pollo fritte alla creola, le piacciono?”

Mi piacevano? Non ne avevo la più pallida idea. Il mio cervello era evaporato nel calore tardivo della sera e io riuscii a balbettare qualcosa che nemmeno ricordo. Ma lei tanto non mi stava ascoltando; si era già diretta verso la cucina, a piedi nudi, facendo ondeggiare i fianchi.

La seguii in uno stato di trance e rimasi in piedi, immobile, ad osservare mentre cucinava, senza dire una parola. Movimenti veloci e precisi. Notai solo il miele che veniva versato abbondante in una ciotola di salsa rossa e densa, forse a base di quello stesso vino che le piaceva tanto.

“Non stia lì in piedi! Venga a sedersi qui, coraggio, non la mangio mica.” Lo disse con un tono allegro e amichevole, appena tinto di una punta di malizia, e io dovetti fare appello a tutto il mio autocontrollo per non attraversare la stanza, togliere di mezzo la sedia che lei mi stava offrendo, afferrarle il volto e baciarla fino a consumarle la bocca.

Invece mi sedetti, diligente, e affondai i denti nella carne dorata e ricoperta di una meravigliosa salsa agrodolce.

“Lei… Lei non mangia?” Mi azzardai a chiedere, e mi resi conto che era la prima volta che le parlavo.

Scosse il capo. “Più tardi, e comunque io mangio pochissimo. Queste le ho fatti per lei.”

In effetti non l’avevo mai vista mangiare, ma non me ne curai. Il sapore della salsa, dolce e piccante allo stesso tempo, mi mandava onde di calore al bassoventre. Mi resi conto che non riuscivo a fermarmi e mangiai tutte le cosce, spolpandone le ossa e succhiando avidamente la carne, sotto lo sguardo attento e divertito di Honey.

E poi lei si alzò e mi si parò di fronte. Mi sembrò di sentire la sua voce in qualche meandro lontano della mente ma non capivo cosa stava dicendo, capii però che dovevo alzarmi anch’io. Mi ritrovai in piedi davanti a lei, mi sentivo come ubriaco e l’unica cosa sui cu riuscivo a concentrarmi erano le sue labbra che si muovevano e la domanda che mi ossessionava: che sapore avevano? Poi le afferrai il volto e la bacia, e il sangue diventò rovente mentre assaporavo ciò che avevo fino al quel momento solo sognato.

Lasciai che mi guidasse a terra, che mi posasse il capo sulle cosce e sollevasse la testa; che si chinasse su di me. E poi… E poi il dolore acuto e i suoi denti che affondavano nelle mia carne e la sua bocca che cominciavano a succhiare, succhiare, succhiare fino a che mi si annebbiò la vista

il corpo smise di obbedirmi.

L’unica cosa che ricordo, prima di morire, furono le sue labbra, dolci come il miele, rosse come il sangue e il sorriso che mi rivolse, amaro come la cicuta

 

Ma nonostante tutto, nonostante quello che mi ha fatto, ancora oggi, mentre giro di notte fra i vicoli più pericolosi di New Orleans in cerca di sangue fresco, ogni volta che sento una voce di donna, ogni volta che sento il profumo del miele, i miei occhi frugano nel buio nella vana speranza che Honey sia venuta a finalmente a prendermi.

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